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Recensioni

“L’artista dopo un tormentato dualismo interiore, da una pittura quasi autobiografica, è maturata
ed “esplosa” con uno stile che definirei come un “grido nella notte”. L’urlo, nel silenzio della pace notturna, è lacerante, distruttivo, devastante; così come lo sta divenendo questo mondo che ci circonda. E a questo presentimento di catastrofe, la pittrice vuole porre un freno. Così attraverso le sue opere lancia un grido nel silenzio delle nostre menti, aspettandone il risveglio….”
(1980) Dr. Elena Marmugi
(Analista)


“Così la Rettori, che ho conosciuto in tempi recenti: gentile, ma riservata, ricca di preparazione e d’esperienza ed ancora riservata, i cui modi dolci e fermi rivelano la semplicità della persona colta, che nella cultura trova sempre un punto di riferimento preciso. Il suo stile, a che sa e può intendere, è un percorso scottante non privo di veemenze di esaltazioni che in altri momenti è musicalmente ondulante pacato o malinconico…”
(1988 ) Federico Zeri



F.Zeri

 


….Osservando le opere di Marisa Rettori può capitare di venire assaliti da una sensazione di incertezza, a suo modo intrigante. La sensazione a cui mi riferisco, consiste nella difficoltà a recepire il messaggio reale che l’artista ci comunica. La Rettori, invero sembra che non voglia svelarsi apertamente, ma lascia al fruitore dell’opera il compito di captare la sottile trama narrativa di un mondo che traspare attraverso le sagome di donna, ambigue e sognanti, che abitano le stanze del suo vissuto.
Gli sguardi maliziosi delle sue figure si perdono in spazi personali che esordono dalla tela fino a universi mediati, nei quali si possono intuire i turbamenti e la lucida voglia di tenerezza proprie di Marisa.
I tratti sinuosi dei corpi ritratti rimandano a dolci attese, ma anche alla consapevolezza di infinite possibilità. Infatti, niente è precluso, le strade rimangono aperte, in cerca di stimoli ed esperienze nuove.
I bei panneggi, che l’artista cerca con sapiente tecnica intorno alle sembianze muliebri, sono essi stessi espressione dell’essere donna, talvolta li ritroviamo, in composizioni peculari, a simboleggiare l’archetipo femminile, accanto a forme acute o rotonde che richiamano situazioni e persone a lei vicino.
Il desiderio di armonia e di riproduzione cose e persone particolari, in alcune creazioni, si concretizza in opere di denuncia sociale, tese a rappresentare un voglia di chiarezza e di pace che rispecchiano la sua naturale inclinazione.
Per Marisa Rettori la vita è una metafora che ella, pazientemente, riproduce in quadri che niente lasciano al caso, la sua storia personale si intreccia con bisogni primari e realtà quotidiane.
(1996) Gigliola Caridi
(Scrittrice-Poetessa)



“.....Nelle composizioni della Rettori, la prima cosa che colpisce è la continua allegoria al misterioso e complicato mondo femminile (eterno filo conduttore della pittura dell’artista). La pittrice nell’oggettistica, come nei figurativi, non abbandona i suoi protettivi e morbidi panneggi, che qui hanno un’importanza simbolica ancora più forte, così come ce l’hanno l’aspettativa e la speranza, proprie dell’inconscio mondo della Rettori.
L’ “oggetto”, avvolto nella delicatezza femminile, si trasforma per mezzo del pennello in un sottile messaggio del tempo: amico-nemico delle nostre speranze, attese, illusioni. Il tempo: fermato per un attimo, quello necessario per sottolineare un cammino difficile, una scelta sofferta oppure un’incertezza, o ancora un messaggio allusivo di un sogno, una speranza un appiglio a una via d’uscita. Oggettistica, dunque, quella della Rettori, che non copia affatto l’immagine del mondo che ci circonda, bensì, la trasforma, la fa parlare, la rende propria a tal punto da animare le composizioni di vita propria; quella vita che ogni giorno ci parla ma che noi non siamo ancora in grado di sentire.....”
(Dr. Elena Marmugi)



“I pittori non dovrebbero parlare dei loro quadri”: è una frase spesso ripetuta da critici, collezionisti, galleristi. Ed io la trovo giusta, ma solo nel senso tecnico del termine. I pittori non possono essere validi critici di se stessi, non possono analizzare oggettivamente il loro lavoro semplicemente perché non sono “esterni” alle immagini, ma dentro di esse. E’ da questo punto di vista che mi permetto di dire due parole sui miei quadri con solo l’intento di rispondere alle frequenti domande che mi vengono poste quando, in occasioni di mostre o di visite allo studio, le persone sostano davanti alle mie tele.
L’idea di un quadro può nascere improvvisa, ma in realtà, almeno per me, non è frutto, come dire, di una improvvisazione: a ben vedere, ripercorrendo a ritroso il cammino di questa nascita, erano giorni, talvolta mesi, che coltivavo questa idea, senza che la concretezza dell’immagine mi apparisse chiara e definita. E’ come se fosse sempre necessario un tempo di gestazione: è in questa attesa che si mettono in moto, del tutto inconsapevolmente o, a volte, consapevolmente, dei meccanismi di rifiuto o accettazione delle possibili soluzioni dell’immagine stessa. Come se la mia mente esaminasse le molteplici possibilità di realizzazione e svolgesse un lavoro, quasi indipendentemente dalla mia volontà, di raccolta o di scarto. Ed ecco l’idea, ma solo l’idea, che è ben poca cosa di fronte a una tela bianca.
Ancor prima di questo lavoro preliminare , ovviamente, c’è la mia persona e la mia particolare sensibilità nel rapportarmi alle cose del mondo: il mio vissuto reale e immaginario, la cultura acquisita, in una parola lo sguardo dell’anima e del corpo che indugia su particolari realtà e non su altre. Da questo punto di vista ciò che escludo immediatamente dal mio sguardo è la visione d’insieme, il panorama, sia interno che esterno. Non amo gli assembramenti, gli affollamenti di persone o di oggetti. Amo il particolare: fin dall’infanzia sono sempre stata attratta dai dettagli delle cose e delle persone e si può dire che, in questo senso, ma solo in questo, purtroppo, non è mutato molto. Mi colpisce non il volto della persona, bensì l’espressione; non il corpo ma la particolare posizione di quel corpo , il suo essere prospettico che gli conferisce quella peculiarità espressiva unica, irripetibile. C’è sempre, nei miei quadri – e spero che questo venga percepito anche dall’occhio dello spettatore – la presenza dell’uomo, anche quando la figura umana non appare: il mio intento, spesso, è quello di far intendere la sua momentanea assenza: non amo gli oggetti per gli oggetti, le architetture per le architetture, i paesaggi per i paesaggi; li amo in virtù della loro relazione che stabiliscono con particolari persone che certo in quel luogo hanno soggiornato, che certo sono stati i padroni degli oggetti rappresentati sulla tela. E’ questo un aspetto della mia pittura, l’aspetto che attiene ad una realtà che io chiamo di superficie: dove lo sguardo si posa, ciò da cui vengo affascinata.
Sotto questa superficie giace un mondo complesso e, questo sì, affollato di sensazioni e di immagini gradevoli o sgradevoli , ma comunque acquisite ed accettate come un patrimonio dal quale attingo proprio come se fosse una tavolozza e certamente , questo mondo, è in intima connessione con quello dello sguardo reale, di superficie e da questa interazione , da questo loro accordarsi, si concretizza poi l’immagine sulla tela. Ma tutto ciò , sicuramente, non è ancora un quadro: per raggiungere questo obiettivo sono ancora necessarie molte cose che potrei riassumere nella parola conoscenza. Ritengo che un pittore si possa sentire tale non tanto per una sua originale e occasionale prestazione, quanto per la sua costante ricerca di un proprio stile, che certo nel corso degli anni può mutare, ma il cambiamento, a mio avviso, non può essere messo in relazione alla moda dettata dalle esigenze del mercato: l’abbandono avviene perché i nostri criteri precedenti sono esauriti ed altre esigenze di espressione subentrano. In questo senso, ad esempio, ho inserito nella mia pittura, negli ultimi anni, un aspetto che riguarda il ritratto ed un altro che attiene alla sfera sociale. Questi nuovi inserimenti hanno portato, e non poteva essere diversamente, dei mutamenti anche nella tecnica; la tavolozza ad esempio si è arricchita: i colori sono diventati più importanti, le tonalità si sono moltiplicate e diventate più intense; la composizione si è come allargata includendo talvolta più elementi in uno stesso quadro; tutto questo perché ho ritenuto che tali soggetti pretendessero quei cambiamenti.
Sono consapevole come queste poche righe non siano sufficienti a rispondere alle molte domande che mi vengono rivolte nelle occasioni in cui espongo al pubblico le mie tele; mi auguro però di avere sfiorato alcuni argomenti che almeno chiariscano un poco il mio modo di procedere e di lavorare.

(Nota autobiografica)